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Quando Matteo Salvini fu nominato premier, Donald Trump conquistò gli Stati Uniti, Giorgia Meloni divenne il primo presidente bionda della Repubblica Italiana e Gasparri finalmente presidente del senato nel frattempo azzerato, il Paese sentì che l’ora del cambiamento era scoccata.
Basta -si era promesso e si fece davvero-, con tutte quelle moine buoniste della sinistra, Obama, la Germania, l’inclusione, l’apertura, i soldi ai profughi, alle cooperative, alle cose froce che andavano di moda.
Basta con l’euro, si tornava alla cara vecchia lira dell’Autarchia moderna, che seppure valeva la metà della Pizza di Fango del Camerun nel frattempo arrivata alle stelle, ne potevamo stampare a piacimento, un tanto al chilo.
Basta pagare gli alberghi di lusso agli immigrati, con la tv in camera, il pranzo servito e l’iphone di ultima generazione che chissà come si erano procurati.
L’immigrato, se era immigrato sul serio, non aveva pretese né risorse, povero e mendicante come si vedevano una volta nei documentari dell’Unicef.
Con le mosche sulla bocca, pure se stavano in Italia.
Fu finalmente distinta la categoria immigrato-profugo, chi fuggiva costretto dai paesi sottosviluppati ai quali nel frattempo avevamo dichiarato guerra, da quella di immigrato-economico, zingari rom per primi, chi cioè veniva per fare la bella vita nel noto Paese del Bengodi, dove tutti vorrebbero venire a fare la stessa bella vita che fanno i nativi:
Lavoro straremunerato, regole certe, diritti e servizi a gogò e pil alle stelle.
I furbastri furono subito rimpatriati, rimessi sui barconi da dove erano venuti e trainati a spinta da una motovedetta della guardia costiera fino al limite delle acque territoriali. Per la benzina facevano la colletta, che i soldi ce l’avevano al pizzo, nessuna lira dalle nostre tasche.
Una bottiglietta da mezzo litro d’acqua a testa quella gliela offrivamo, pure un’arancina appena fritta a Lampedusa, una mela della ValdiNona che adesso che non c’erano i vincoli della Ue ce ne avevamo a ufo, e tanti saluti, chi ha un dio che se lo preghi.
I profughi veri invece, altro trattamento, che non si dicesse siamo bastardi.
Timbrato sulle natiche con inchiostro simpatico in modo che se si buttavano in mare per tornarsene a casa si sarebbero cancellati, il numero per riconoscerli, che tutti uguali uno se li confonde, schedarli e poi stiparli nei centri di accoglienza. Fatti, ovvio, coi soldi dei comunisti che li avevano voluti.
Qui non si faceva la bella vita, però. Se volevano stare qui, dovevano dimostrare di meritarlo. Il giorno al lavoro, zappare l’orto, piantare le patate e l’insalata che si sarebbero mangiati senza costi per il contribuente italiano, allevare le galline, rattoppare le baracche e tenere pulito e ordinato il campo.
Le donne a stirare e a cucire gli abiti usati che i bravi italiani avrebbero spedito con le pulizie di pasqua, o a tenere puliti, buoni ed educati i bambini per non diffondere la scabbia o i pidocchi.
La sera invece del Corano, a studiare la nostra lingua, le nostre leggi e, tanto che ci siamo, pure la nostra religione, hai visto mai Dio che si convertissero.
A imparare a memoria l’Inno di Mameli per tifare la nazionale ai mondiali, sul maxischermo offerto dalla Tim.
Ma chi si dimostrava reticente o magari beccato a rubare, a spacciare o a alzare la voce, zac, rispedito direttamente in patria, che il carcere sennò toccava pagarlo a noi.
Salvagente al collo, pinne ai piedi, bottiglia d’acqua minerale, che non si dica che siamo bastardi, e gambe a stile, che la strada è lunga.
Chi invece si comportava bene, beh, poteva stare.
Ma la carta d’identità italiana se la doveva conquistare, trovandosi un lavoro serio, accendendo un mutuo, pagando le tasse, o sposandosi un locale, zitella, vecchio vedovo o nonna malata, alla quale fare da badante. A gratis, per riconoscenza al Paese.
Sennò, dopo due anni, se la guerra al paese loro non l’avevamo ancora vinta, sciò. Il mondo è grande e, portati alla frontiera, un passaggio con l’autostop l’avrebbero rimediato.
Oppure, un'alternativa se l'avevano: dicono che scappano dall’Isis loro nemico? che ce lo dimostrassero. Volontari nell’esercito italiano, al fronte a combattere, al paese loro.
Per vincere, rientrare e casa loro, rifarsi una vita e restituirci in comode 120 rate i soldi spesi per averli ospitati e campati. Come abbiamo fatto noi col Piano Marshall.
Facile, diceva quello, come magnasse un panetto di burro.
Antonio Pizzola
postato il 13/3/2016 alle ore 22:32