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Lasciare il luogo in cui si è nati per andare a vivere altrove, vuol dire, prima o poi, tornare.
A volte per sempre, delusi dall’esperienza fatta altrove o solo costretti dalle contingenze a ridurre le pretese, oppure per brevi periodi, una botta e via per vacanza, evento familiare se non, semplicemente, per il desiderio di una boccata di aria nata.
Ma, comunque sia, tornare non è mai un’esperienza esclusivamente spaziale che si risolve nello spostamento geografico, quanto piuttosto un evento immersivo in 3d, perché investe e coinvolge quello che sei e che sei stato, riportando a galla ricordi, sensazioni, aspettative e paure con cui hai avuto a che fare tempo addietro o dalle quali, forse, sei anche fuggito.
Dicono che nella nostra memoria resti immagazzinato tutto il personale vissuto, fino nei minimi dettagli, come in un hard disk anche i file spuri di interi anni di attività. E’ solo che tutti questi gigabyte di software costipati nei gangli nervosi hanno bisogno di impulsi, come click del mouse che riaprano quella determinata cartella di ricordi. Così da ripescarne jpeg che credevamo irremediabilmente perdute nel cestino, spezzoni del lungo mov che abbiamo registrato, anche mentre ci scaccolavamo il naso allo specchio o sbuffavamo in fila alle poste.
Così, a cominciare dal viaggio di riavvicinamento verso casa, uno scorcio di paesaggio, una cima innevata, una targa conosciuta, un anfratto segreto, il colore di una stagione o l’odore dell’aria quando apri il finestrino al casello, ti riaprono un caleidoscopio di sensazioni che avevi dato per dimenticate.
E da queste, si snocciola tutta una tempesta di frame di vita trascorsa che non sai nemmeno dire se davvero accaduti o solo sognati, quando in quell’anfratto che scorre oltre il finestrino del tuo rientro ci sei passato indefinibili anni fa, da solo per andare a fare qualcosa o, magari, in compagnia per fare altro.
Non importa quanti anni tu abbia e da quanti manchi, dopo il giro di saluti a chi vuoi e a chi devi per aggiornarti sulle news della tua assenza, il bollettino del tempo e dei perduti, il gioco di reimmersione nel tu che eri prima di partire si stempera, la tensione si scioglie come un tappo di cera su una bottiglia di spumante e il rientro si giustifica per quello che è, la distensione dal presente verso il rassicurante che è stato.
Ma nessun rientro può dirsi tale se manca il vero flash, la vera botta di emozioni che vanno a risvegliare la ram assopita nel cervelletto: la passeggiata nei tuoi luoghi è il rito di riappropriazione del tempo al quale sei appartenuto e dal quale un giorno ti sei allontanato.
La passeggiata nel corso, verso la piazza, lungo il vicolo, nello slargo del bar -che fanno assomigliare tutti i paesi e noi tutti da nord a sud a paesani emigranti - non è certo solo una progressione spaziale a passo 1, quanto piuttosto uno spaccato prospettico sul tuo vissuto che apre visuali insospettabili.
E’ la moviola che riavvolge al rovescio il nastro della tua storia, dal bambino che eri e dai suoi luoghi, dalla cameretta al cortile sotto casa, al marciapiede delle prime esplorazioni, all’oratorio o al campetto, alla piazzetta, al corso, alla piazza. Fino alla pensilina del pulmann domenicale delle 19.50 dove salivi con l’inquietudine della separazione e con la puzza del caciocavallo sigillato dal borsone ai tuoi piedi.
Una lama implacabile che seziona il passato, riscoprendo dalle croste le antiche ferite, quelle piacevoli e quelle che ti saresti sinceramente evitato.
Nella passeggiata a ritroso nel tempo sbucano d’improvviso, come fantasmi risucchiati al presente gli altri attori, amici, compagni, conoscenti che hanno girato con te il film della tua storia.
Sebbene assomiglino più ai loro parenti più adulti che ti accoglievano a casa quando andavi a trovarli, sebbene il tempo segni la distanza fra la presenza che oggi ti viene incontro e il ricordo che ne avevi, resti sempre più imprigionato al copione di un tempo.
Perché i posti da cui si parte, generalmente e sempre più ora, sembrano ostinarsi a restare immutati e immutabili. E tu che torni, tornando, non sfuggi al gioco perché in quel contesto tu sei eternamente lo stesso attore che recita imperterrito lo stesso personaggio, gioviale, di successo, stimato se lo promettevi da ragazzo, sfigato, incapace e perduto se così sei partito.
Per questo la saracinesca chiusa di un qualche disuso, la piazza che ricordavi strabordante ormai desolata, la vita che ricordavi popolare i tuoi anfratti preferiti ti immalinconiscono, mentre, magari, un cambiamento positivo, un cinema riaperto, una festa d’estate, un negozio più affollato ti rismuoverebbero quel peperoncino di fiducia nel futuro, che dai, niente è mai finito fin quando può evolversi.
Chiudersi nella nostalgia può anche essere confortante, rifugiarsi nell’idillio che non è neanche mai davvero stato, pretendendo l’immutabilità può confortare in un rientro di natale, ma finisce presto alla prima epifania.
Le cose cambiano e le cose passano, sono fatte per questo, come recitava il carretto del robivecchi di paese: tutto passa cumpà.
E più ci si adagia a rifugiarsi nelle certezze che, appunto, sono già passate, più la voglia e la forza di fare di chi è partito come di chi è restato si deprimono nella malinconia.
E il ritorno più che una tempesta di emozioni finisce per assomigliare sempre più ad una visita ai propri fantasmi.
postato il 17/1/2016 alle ore 16:53