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Zac7 - Il giornale del Centro Abruzzo

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Il treno dei desideri Nel 2007 Antonella Clerici conduceva una trasmissione dal titolo "Il treno dei desideri", nella quale venivano realizzati i sogni di alcune persone: rivedere un parente lontano, incontrare l'artista del cuore, fare una vacanza di lusso, ma la richiesta più frequente riguardava la risistemazione di case malmesse. Venni colta dall'invidia: quella verde con gli occhi rossi. Cominciai a sognare una troupe televisiva ed una edilizia che si aggiravano in casa mia a cementare qui e verniciare là, inquadrando qui e facendo un primo piano là. Anche il mio più grande desiderio era quello di avere pareti perfettamente tinteggiate, mobili nuovi e moderni, un terrazzo arredato e spazi raffinati in cui ricevere gli amici, il tutto alla modica cifra del pubblico ludibrio.
Parlai con mio marito, il quale mi disse che ero libera di fare ciò che volevo, ma si raccomandò di trovare un attore che recitasse la sua parte qualora fossi riuscita a partecipare alla trasmissione. Scrissi una lettera alla redazione in cui misi dentro cuore, pancia, cervello e un po' di autocommiserazione. La spedii e la depennai dalla lista delle "cose che mai farei".
Circa un mese dopo, ero in un centro commerciale con mia madre, quando mi squillò il cellulare: -Pronto?-,-E' la signora Raffaella Di Girolamo?-,-Sì, chi parla?--E' la redazione del "Treno dei desideri"-. Diventai rossa e mi allontanai da mia madre, fingendo un bisogno di privacy che in realtà era solo vergogna. Mi imbarazzava farmi sentire da lei, che nella vita ha sempre ottenuto tutto con la pura fatica, ad elemosinare opere di muratura in un reality show. E così con un dito in un orecchio per sentire meglio la persona che parlava all'altro capo del telefono e uno in un occhio, perché “Mi possano cecare che cavolo ho fatto”, fui sottoposta ad una specie di interrogatorio da un'estranea: -Che lavoro fa suo marito? La casa è vostra? Quanti figli avete? Quanto guadagnate? Il locale è in affitto? Quanto pagate? La casa quanto è grande?-. Le mie risposte soddisfecero la donna dall'atteggiamento filantropo, che ogni tanto si asciugava una lacrima di commozione prendendo appunti sulla mia vita. Io, lo confesso, ero molto imbarazzata, ma continuai a rispondere sinceramente alle domande, mettendo a tacere quella sensazione di invasione di campo subita che provavo. Viste le parole di circostanza che ricevevo dalla donna, ero sicura che presto la mia casa sarebbe stata sistemata in diretta tv e non vedevo l'ora di indire le audizioni per il ruolo di mio gentil consorte. L'ultima domanda che mi pose la redattrice fu:- Vi cadono i calcinacci in testa?- A quel punto il mio imbarazzo si trasformò in vergogna. Se la trasmissione si proponeva di aiutare le persone che vivevano fra i calcinacci, io come avevo osato scrivere quella lettera?
Risposi: -No, ringraziando Dio, la mia casa è solo da sistemare esteticamente-.
La signora smise di commuoversi, io distinsi il rumore di un foglio strappato, accartocciato e cestinato e mi venne detto frettolosamente che la situazione da me descritta non corrispondeva a quella richiesta dal programma.
Due anni dopo, esattamente il 6 Aprile del 2009, avvenne qualcosa che rese la mia casa confacente ai requisiti richiesti dal “Treno dei desideri”. Da quel giorno non mi è più importato di come fosse la casa in cui viveva la mia famiglia, ma di come fosse la mia famiglia che viveva in quella casa. Per tre settimane i miei cari e io riuscimmo a sentirci a casa soltanto dentro la nostra auto, perché “casa” è un posto in cui si riesce a riposare sentendosi al sicuro. Un posto che non può crollarti addosso mentre stai dormendo. Nonostante questo, dopo tanti giorni passati a guardarci alle spalle e non solo, avevamo tutti voglia di normalità: di diari pieni di compiti da non voler fare; di farci una doccia con calma, senza elaborare prima un piano di fuga; di non sentirci in colpa se una barzelletta ci faceva sorridere; di associare la notte anche all'amore e non solo ad eventi catastrofici.
Una sera abbiamo cercato gli amici di sempre, ci siamo incontrati nel posto di sempre e siamo andati a mangiare una pizza come sempre. Dopo un paio di giorni siamo tornati a casa nostra e quando sono state riaperte le scuole abbiamo riavuto la nostra apparente normalità. Sono cinque anni che dormo con l'abat jour acceso. Sono cinque anni che non mi fido del buio e della mia casa, dei cani che abbaiano troppo, degli uccelli che si alzano in volo all'improvviso e del vento caldo. Sono cinque anni che il mio pensiero va ogni giorno a L'Aquila, dove la normalità è stata spazzata via in ventitré secondi, il solito posto e la solita pizzeria sono crollati, transennati o chiusi e trecentonove soliti amici sono morti.
Soluzioni provvisorie sono diventate definitive. L'emergenza si è fatta normalità. E mentre noi, in certi giorni, facciamo finta di avere scordato quei momenti di paura e fingiamo che i nostri figli siano al sicuro nelle scuole, a passeggiare tra i vicoli del centro storico e ad aspettarci soli a casa, L'Aquila dorme ancora il suo sonno ristoratore. Come se non si fosse sufficientemente ripresa dalla fatica di quella notte, quando provò disperatamente, con le possenti ali, a proteggere i suoi figli senza riuscirci. Il treno dei desideri non si è fermato alla stazione aquilana, ha tirato dritto verso il capolinea o forse, semplicemente, all'incontrario va, nonostante questa volta i calcinacci siano caduti.


postato il 12/4/2014 alle ore 11:40

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